Ieri sera a San Siro purtroppo non c'ero, ma col cuore ero lì, come mi accadde nel 2003, in quel diluvio universale che rese ancor più epico il concerto. A un certo punto ieri è squillato il telefono: era Anto "Zirilli" Cacciotto, dallo stadio. Come sempre, Anto mi fa assaporare qualche emozione via cellulare. Mi ha chiamato 3 volte, era molto disturbato, ma non abbastanza da non farmi distinguere le note appassionate di "Darkness on the edge of Town", "Racing in the street" e della cover beatlesiana "Twist&shout".
Show memorabile, pare. E chi aveva dubbi in merito?
Pare che a un certo punto sia proprio partito un vero jukebox e il Boss ha cominciato a girare a bordo palco, urlando al pubblico: "Richiesta! Richiesta!".
Agli esatti antipodi dall'insopportabile don Ciccio, tanto per intenderci.
...Ma come fai a non amare uno così?
Uno che stabilisce una simile unione fraterna con la gente che lo segue?
Spiego qui sotto quattro principali caratteristiche che me l'hanno fatto apprezzare e amare.
1. Nella musica, Bruce è un tradizionalista (quindi non un innovatore) ed è chiaro che tutti quelli che sono attenti solo alla ricerca "in avanti" (atta a far crescere la musica in originalità e sperimentazione, cosa tra l'altro encomiabile) più che al recupero e alla rivalorizzazione della cultura passata, possono superficialmente snobbarlo (e perdere una gran bella occasione). Per quanto mi riguarda, apprezzo da pazzi sia gli innovatori che i tradizionalisti, li considero entrambi importanti allo stesso modo, li guardo entrambi con ammirazione sconfinata. Mi dà però un po' fastidio la puzza sotto il naso di molti innovatori (o presunti tali) nei riguardi dei tradizionalisti. Questo sì.
Innanzitutto, un artista che si occupa della tradizione musicale e culturale di un popolo (in questo caso il popolo in questione sono gli USA, ma si potrebbe parlare in generale di qualsiasi popolo), facendola conoscere alle generazioni del presente, oppure chi fa di tutto per riproporre quelle tradizioni musicali "a modo suo", contribuendo a non far morire dei generi in un’epoca specifica in cui invece sembrano destinati all'oblio.... beh, in fondo è uno che va controtendenza, che vuole far cultura, che vuole porre l’attenzione su qualcosa del passato che però è vivo e attuale in tantissimi aspetti.
Bruce ha sempre trovato il modo di salvare un qualche genere musicale della tradizione americana che, in quel preciso momento, era in seria difficoltà (e che magari lui però amava molto) da una pericolosa china d’oblio o di snaturamento o di lento sfinimento. Gli ha dato tonnellate di dignità ed energia. Gli ha ridato vita.
E l’ha sempre voluto fare questo come gesto quasi culturale, oltre che d'amore. Eh sì: dietro ciò che ha sempre portato avanti c’è un grande spirito culturale, ma di quella cultura popolare che viene dalla gente, oltre che dai tanti romanzi che lui legge e dai mille film che ama vedere.
Quando negli anni ‘80, in piena discodance, il rock&roll americano “classico” sembrava morto (come anche Sting ripeteva spesso) lui sfornava epici album di R&R.
Quando tutti si aspettavano da Bruce una riproposizione speculare del rock&roll (alla Springsteen), dopo che l'aveva appunto quasi resuscitato con la respirazione bocca a bocca, lui invece che ti fa? In controtendenza assoluta rispetto allo stesso personaggio che sembrava essere nato, Bruce spiazza tutti, spostando l’attenzione sul folk intimista (anch’esso relegato in un cantuccio e decisamente anticommerciale), pubblicando un album spettrale e affascinante sul disagio esistenziale e sulla difficoltà a campare e a tirare avanti, un album soffuso, malinconico e indimenticabile (chitarra, voce e armonica) come “Nebraska” (1982), registrato in un 4 piste in camera da letto e nel soggiorno.
Dopo un altro tuffo rassicurante (almeno per i media e fan più superficiali) nel solito R&R alla Springsteen, di nuovo però va in controtendenza e si ritaglia un album intimista e molto melodico (tutto incentrato sulla crisi di coppia, operazione da lui mai fatta prima) come “Tunnel of love” (1987), che delude molti critici, ma che per me è il suo più bello in assoluto, proprio perché chicca ed evento unico nella sua produzione.
E lo stesso recupero della tradizione americana più vera, più popolare e d’impegno civile Bruce poi lo effettua con il memorabile tributo a Pete Seeger, il menestrello folk americano della canzone di protesta. Un intero CD registrato tutto nella sua casa di campagna e arrangiato in misura egregia e spettacolare, chiamando (al posto della leggendaria E-Street Band) tutta una serie di musicisti neri, bluesmen, jazzisti, countryfolk men, per far rivivere al meglio atmosfere del passato in modo palpitante e genuino, puro. Fiati, violini, pianoforti swing e blues, ritmo folk incessante: uno spettacolo di energia.
2. Altissimo è poi il valore lirico e letterario della poetica springsteeniana, che io ho cercato e sto cercando di divulgare attraverso i miei 36 adattamenti in italiano, quelli che qua e là tento di portare in giro con “La Banda di Tom Joad”. Forse Bruce, a livello strettamente musicale ha inventato poco, attingendo solo alla tradizione e sviluppandone alcuni aspetti a modo suo, seppur con la vitalità e l’entusiasmo contagioso che lo contraddistinguono.
Ma i suoi testi, in particolare quelli impegnati, sono una pagina importante della letteratura americana, da cui non si può prescindere se si vuol conoscere meglio l’anima profonda e vera di questa nazione controversa e contraddittoria. Ormai lo sanno tutti: sono nati infiniti libri sulle tematiche sociali-individuali e sulle inconsapevoli analisi antropologiche da lui affrontate in molte canzoni e in tantissimi album, ma anche sulla delicata poesia spesso presente nelle sue liriche. L’America cantata da Bruce, da sempre, è un’America sì romantica e sognante, in cui però l’illusione (sempre presente) del sogno americano e della “terra promessa” s’infrange di continuo e ogni giorno con la difficoltà del vivere, spesso divenendo atroce disillusione e voglia di fuga, di catarsi, di riscatto.
Bruce è uno straordinario narratore di storie, che partono dall’intimo del personaggio descritto, dalle sue emozioni più profonde e segrete (esempio classico più celebre: “Streets of Philadelphia”), spesso descritte in prima persona e poi associate a fatti di vita quotidiana, al lavoro da cercare, alla sopravvivenza, alla macchina usata da pagare a rate, alla vita da single di un operaio appena abbandonato dalla compagna, al disagio dei barboni e dei discriminati, degli esclusi, a storie losche di ladri e contrabbandieri al confine col Messico, ad afflati di speranza mai sopita pur nel grigiore più squallido di un'esistenza anonima, a dolcezze senza fine, ad amori profondi ma lontani, che dopo un’intera notte passata a guidare si possono finalmente riabbracciare.
Bruce ha descritto personaggi pressoché per ogni Stato americano, riuscendo a costruire ogni volta un’ambientazione non solo umana ma anche storico-geografica (fiumi, laghi, montagne, eventi specifici accaduti) che dimostra una spettacolare conoscenza del suo Paese, talmente approfondita da farne a tutti gli effetti un intellettuale, seppur venuto dal popolo. E’ come se in Italia ci fosse stato un cantautore che avesse via via creato storie e personaggi per ognuna della 20 regioni italiane, citando di continuo eventi storici accaduti nei vari luoghi e avesse parlato una volta di un tal falegname Guido del Molise, un’altra di un tal carpentiere Paolo della Valle D’Aosta, un’altra del tal guardia giurata Carlo del Friuli e via andando. Con la differenza che l’America è molto più grande dell’Italia. E Bruce l’ha cantata tutta lo stesso, con gli occhi di chi viveva in quel determinato paesino del Texas o della Florida e doveva barcamenarsi per sopravvivere.
3. Un’altra caratteristica che di Bruce rimarrà nella storia musicale è la sua straordinaria carica adrenalinica nei live, in cui si consuma un vero rito religioso di catarsi collettiva che ha pochi eguali nella storia del rock, anche perché si tratta di una purificazione decisamente “sana e positiva” in ogni suo passaggio e messaggio (è una delle poche rockstar a non aver mai fatto uso di droghe).
Una festa collettiva in cui ci si sente vivi e si rinasce. Capriole, spruzzi come una balena, giravolte, salti, scivolate sulle ginocchia, sketch teatrali esilaranti con Little Steven e Big Man. Una volta l’ho persino visto capovolgersi a testa in giù sull’asta di un microfono. Questo grandioso spettacolo è basato sull’ironia e sul grande feeling coi fan, che sono degli amici innanzitutto: dunque si abbatte ogni barriera tra la star e i “seguaci”.
Risulta davvero complicato capire come questo incredibile showman (tra i più grandi che si siano mai visti, anche perché non utilizza, al contrario di tantissime altre star, nessun artifizio scenico se non sé stesso e la sua forza vitale straripante) riesca a essere sia carismatico ai massimi gradi, sia allo stesso tempo molto vicino, raggiungibile e terreno per ogni suo ammiratore.
4. Da quest’ultima osservazione scaturisce la quarta fondamentale caratteristica che mi fa amare Bruce alla follia, e che invece per molti fruitori e appassionati di musica è un dettaglio a volte quasi trascurabile nel giudicare un artista: la sua straordinaria umanità.
Tutti quelli che hanno avuto la fortuna di conoscerlo parlano di una persona simpaticissima e alla mano, aperta e sorridente, che sembra di conoscere da sempre. Quando incontra ogni giorno dei “fan”, non solo si ferma per gli autografi e (se può) resta con loro a chiacchierare, ma si dimostra interessatissimo alle persone che ha di fronte, alla loro storia, le fa sentire importanti, chiede loro addirittura consigli, qualche volta suggerimenti per le scalette, è di un’umiltà impressionante (quell’umiltà “giusta”, che non significa non essere consapevoli di quel che si è e del proprio valore, ma significa essere aperto ad arricchirsi e apprendere da chiunque).
L’amicizia, la famiglia (anche intesa in senso lato), i figli: valori amati, coltivati, resi sacri e cantati da sempre.
Come ho scritto anche su questo blog, una volta nel 1980 (all’uscita da un locale) si fermò a chiacchierare con un barbone, lo ascoltò senza pietismi (cosa forse che, con quell'uomo, nessuno aveva mai fatto davvero) e alla fine di quel rivitalizzante incontro il tipo riprese in mano la sua vita, divenendo nel giro di poco tempo un professionista apprezzato.
Un giorno mi piacerebbe poter chiacchierare con Bruce.
Accadrà di sicuro, certe cose si sentono. Sarà come scambiare pareri con un vecchio amico.
...O magari un giorno lo vedrò suonare per strada, con qualche busker (incredulo di tanta umana semplicità). E si metterà a cantare "The river", come quella volta in Danimarca, 20 anni fa....
categoria:tempo di musica, tempo di riflessioni, tempo di diario






Oggi, mentre pensavo alla parolaccia "antiberlusconismo", m'ha preso un attacco di risa spasmodico, quasi parossistico. Non riuscivo a smettere. M'è pure arrivato, a ruota, il solito attacco di singhiozzo.
Eh eh, sarà un gran bella rimpatriata di amici, questo weekend romano!
L'intervista l'abbiamo fatta di mattina sul terrazzo di David, davvero bellissimo. E devo ringraziare l'autostoppista Roberto Deìdda, molto alla mano, simpatico e rilassato, autore dell'intervista (David era invece dietro la videocamera). E' stato molto divertente quando, al momento di cantare RAI libera (è nel terzo video della sequenza), David ha voluto portarmi sul balconcino sul retro di casa sua, sul cui sfondo svettavano le antenne della RAI, a poche centinaia di metri. Beh, sarebbe stato ancora meglio fare la canzone proprio al fianco del cavallo di Viale Mazzini, ma non c'era molto tempo.



Ebbene sì!! Un mezzo trionfo!!! Ma sì, ma sì, esageriamo, come i giornali sportivi!